Se il calcio è preghiera, Maradona è il vero Dio a cui rivolgersi.
La sera del 23 maggio 2025, il Napoli diventa Campione d’Italia.
La formazione campana ha battuto il Cagliari 2-0, e ha potuto collocare nella bacheca del club il quarto scudetto della sua storia, dopo quelli vinti nel 1987, 1990 e 2023. Gli eroi dell’incontro sono stati McTominay, (il nuovo braveheart), e Lukaku.
Scoppia la festa! Festeggiamenti clamorosi, fuori dallo spazio e dal tempo; sì, perché in questa città nulla può essere misurato e stereotipato, diversamente da ciò che si vuol far credere con falsi luoghi comuni, che ormai si possono ritenere come inutili cliché, inconsistenti e démodé.
In Piazza Plebiscito, con i suoi tre maxi schermi, che hanno consentito ai tifosi provenienti da ogni parte d’ Italia di potersi godere la partita, ai gol di McTominay e Lukaku, è scoppiata una bolgia senza precedenti, un clamore tutto azzurro che ha dipinto i volti e i cuori dei cittadini partenopei fino all’alba del giorno dopo.
Riprendendo le parole del telecronista Pierluigi Pardo, che cita il regista Paolo Sorrentino, dal 23 maggio si può rispondere alla più sorrentiniana delle domande: “ebbene sì, è possibile essere felici nel posto più bello del mondo”.
È difficile spiegare cosa possa smuovere così tanto una squadra di calcio, e soprattutto uno scudetto appena conquistato. Ma vi sono alcune cose che possono essere rese comprensibili solo con l’arte del “sentire”, del “vedere”, e per le quali ogni singola parola risulterebbe superflua, vaga, carente ed interrotta.
Per il napoletano non esiste il calcio, esiste “il Napoli” (o’Napl), che è un’altra cosa; una differenza sottile che delimita due concetti semplici, ma molto distanti tra di loro: c’è ‘Napoli’, e poi c’è la ‘napoletanità’ che apre uno specchio su questa città così bella, e così contraddittoria, che si imbatte costantemente sull’equilibrio impressionante tra il sacro e il profano, l’Oriente e l’Occidente, così libera e così complessa, e in cui l’atto del ‘tifare’, diviene un vero e proprio, atto politico, ma ancor prima un atto di fede.
Il Napoli1926 sta al sangue sciolto, come Diego Armando Maradona sta a San Gennaro. Gli abitanti partenopei si appellano quotidianamente a due preghiere, una rivolta al Santo Patrono del capoluogo campano, e l’altra rivolta all’unico vero Dio, Maradona, quella figura celeste, sovrumana, e apparsa a Napoli nel lontano 5 luglio 1984 e mai più andata via. Il numero 10 è da subito divenuto leggenda, divinità, un messia; Diego Armando Maradona, per i napoletani, ha rappresentato il nuovo Re di Borbone, il Masaniello che ce l’ha fatta, e che è riuscito a mettere tutti d’accordo in un unico credo laico, che risuona come parabola, più di quello ecclesiastico.
Questo quarto scudetto, lottato fino all’ultimo, ad un punto di distacco con la squadra dell’Inter, è valso il doppio. Una rincorsa senza fiato, in casa, e che ha fatto rimanere in uno stato di ansia perpetrata e perenne, più di centomila tifosi che si sono appellati al segno della croce fatto per ben due volte, al fischio d’inizio e a quello finale, per poi concedersi ad una festa scudetto straordinaria ed interminabile, e che ha fatto tremare tutto il basolato vesuviano.
Effettivamente un capodanno, accompagnato da un tripudio di fuochi d’artificio visibile da ogni parte della città; se per il resto d’Italia l’anno è iniziato l’1 gennaio, per Napoli e i napoletani è iniziato solo ora, la sera del 23 maggio dove Diego Armando Maradona, insieme ai suoi ‘undici discepoli’, ha concesso di far incidere sulla coppa dei Campioni d’Italia il nome della città di sirena Partenope, esattamente come San Gennaro concede o meno di far sciogliere il sangue nell’ampolla, decidendo così le sorti e la felicità degli abitanti ‘azzurri’.
“Sarò con te. Ma non devi mollare. Abbiamo un sogno nel cuore. Napoli torna campione!”.
Napoli è campione d’Italia, un altro bellissimo miracolo è stato compiuto. E che Maradona sia con tutti noi e con noi rimanga sempre, nei secoli dei secoli. AMEN.
