Con il Moonwalk, la star ha superato davvero le leggi della fisica.
Il 22 aprile ha segnato un momento di grande risonanza culturale con l’uscita del tanto atteso biopic su Michael Jackson. Mentre il pubblico si riversa nelle sale per riscoprire la parabola artistica del “Re del Pop”, l’attenzione torna inevitabilmente su quegli elementi iconici che hanno ridefinito non solo la musica, ma la danza stessa.
Tra questi, nessuno è così intrinsecamente legato all’identità di Jackson quanto il Moonwalk.
Ma da dove nasce davvero questo passo che sembra sfidare le leggi della fisica?
È un mito che Jackson lo abbia inventato dal nulla, o è il tassello finale di un mosaico che affonda le radici nella storia della danza afroamericana del XX secolo?
Il Moonwalk, tecnicamente definito “backslide”, è un’illusione ottica creata attraverso la tecnica del mime (mimo).
Il ballerino simula il movimento di chi sta camminando in avanti, ma, facendo scivolare il piede a terra in una sequenza specifica, arretra.
La precisione millimetrica di Jackson nel controllare la tensione muscolare, unita a quel tocco di leggerezza che sembrava quasi privarlo del peso corporeo, ha reso questo passo un’icona globale durante l’esecuzione di Billie Jean al Motown 25: Yesterday, Today, Forever nel 1983.
Le radici sommerse
Se il mondo intero ha visto nascere il Moonwalk in quella serata di marzo del 1983, la storia del passo risale a molto tempo prima.
Michael Jackson non fu il creatore originale, ma il genio che lo perfezionò e lo portò nell’immaginario collettivo.
Storicamente, tracce di movimenti simili si trovano già nel tap dance degli anni ’30 e ’40. Artisti leggendari come Bill “Bojangles” Robinson e, più tardi, Cab Calloway, utilizzavano passi che prevedevano scivolate all’indietro. Calloway, in particolare, si esibiva in una danza chiamata “The Buzz” già negli anni ’30, che conteneva una sequenza di passi estremamente vicina al moderno Moonwalk.
Negli anni ’50, il ballerino di tip tap Bill Bailey eseguì una versione del passo nel film Cabin in the Sky (1943), lasciando il pubblico di allora senza parole.
Non si chiamava ancora Moonwalk, ma la meccanica era già lì, la gamba di sostegno piegata, il piede che scivola con la punta, l’equilibrio precario trasformato in eleganza.
Il filo diretto, da Jeffrey Daniel a Jackson
È necessario menzionare un nome fondamentale in questa genealogia, Jeffrey Daniel.
Membro del gruppo Shalamar e coreografo visionario, Daniel è stato uno dei primi a portare la street dance, inclusi il backslide e il popping, in televisione (celebre la sua esibizione di A Night to Remember a Top of the Pops nel 1982).
Michael Jackson seguiva con estrema attenzione il lavoro di ballerini come Daniel e gli artisti del movimento “Electric Boogaloos”.
Fu proprio guardando i ragazzi che facevano strada nelle discoteche di Los Angeles, i “poppers” e i “lockers”, che Jackson decise di far suo quel passo.
Perché allora il Moonwalk appartiene a Michael Jackson?
La risposta non è tecnica, ma artistica. Molti avevano eseguito il backslide prima di lui, ma nessuno aveva compreso il potenziale drammatico di quel movimento.
Quando Jackson lo eseguì al Motown 25, non fu solo una prodezza atletica.
Fu un momento di pausa sospesa in una coreografia serrata. Jackson trasformò il passo in un atto di pura magia, quel momento in cui il cantante sembra camminare in avanti contro un vento invisibile che lo trascina indietro. Aggiunse il gioco di spalle, lo sguardo fisso nel vuoto e, soprattutto, l’iconico guanto bianco che rompeva la simmetria del corpo.
Il “caso” mediatico e culturale
Dopo il 1983, il Moonwalk divenne il segno distintivo di Jackson.
Non c’era concerto, speciale televisivo o apparizione in cui il pubblico non attendesse quel momento di levitazione. Jackson aveva preso un elemento della cultura “underground”, la street dance nera di Los Angeles, e l’aveva elevato a forma d’arte universale, rompendo le barriere razziali e mediatiche di un’America ancora profondamente divisa.
Il biopic che sta riempiendo le sale oggi non è solo un omaggio alla sua discografia, ma alla sua visione totale.
Jackson era un antropologo della danza, prendeva pezzi di storia, li fondeva con il suo perfezionismo ossessivo e creava qualcosa di nuovo che sembrava venire da un altro pianeta (da qui, appunto, il nome “Moonwalk”).
In conclusione, il Moonwalk non è nato in un ufficio di coreografia, ma è cresciuto nelle strade, è stato affinato nei club, è stato custodito da pionieri del tip tap e del popping, e infine è stato consegnato all’eternità da un uomo che aveva capito che, per volare davvero, a volte basta solo saper camminare all’indietro con il giusto carisma.
