“Senza fine”, così possono essere definiti i legami d’amore dell’artista genovese con le sue donne.
Di certo, essere state accanto ad un autore così libero, e anticonformista, è un percorso di vita che non potrà mai essere dimenticato.
Scrivere di Gino Paoli significa immergersi in un oceano di passioni che hanno travalicato i confini del pettegolezzo per farsi canone estetico. Il suo vissuto non è stato una linea retta, ma un groviglio strepitoso di incontri fatali, di donne straordinarie che non sono state solo “muse”, ma co-autrici del suo mito esistenziale.
Dalla provocazione di una passione clandestina alla stabilità di un legame maturo, Paoli ha cantato l’amore in tutte le sue declinazioni, quello che salva, quello che distrugge e quello che, semplicemente, resta.
Il primo grande amore è stato quello per Anna Fabbri, la donna che divenne sua moglie all’alba del successo. Anna rappresentava il porto sicuro, la base logistica di un artista che stava per essere travolto dal boom economico e dalla fama. Con lei ebbe il primo figlio, Giovanni. Eppure, proprio mentre la stabilità sembrava definire la sua vita, l’inquietudine di Paoli iniziò a cercare altrove quel “cielo in una stanza” che non poteva essere confinato in un solo appartamento borghese.
Anna rimase una figura di dignità estrema, testimone di un uomo che stava per diventare il simbolo della trasgressione sentimentale degli anni Sessanta.
Continuando, beh, se esiste un amore che è diventato passione non solo umana, ma anche musicale, è quello tra Gino Paoli e Ornella Vanoni. Lui, il cantautore esistenzialista e trasandato; lei, la “cantante della mala” sofisticata e teatrale. Il loro incontro fu potentissimo. Non solo una storia d’amore appassionata, ma sodalizio artistico che cambiò la musica italiana.
Per Ornella, Gino scrisse capolavori come Senza fine. Il loro legame era fatto di estremi, litigate furiose, fughe e una chimica creativa che rendeva ogni loro duetto un evento travolgente.
Anche dopo la fine della loro relazione fisica, sono rimasti una coppia indissolubile nell’immaginario collettivo, portando in giro per i teatri, ancora pochi anni fa, la prova vivente che certi amori non finiscono, semplicemente cambiano stato d’aggregazione, diventando complicità pura e ironica.
Ed ancora, l’amore per Stefania Sandrelli che tenne l’Italia con il fiato sospeso.
Lei era la musa del cinema italiano, non ancora maggiorenne quando si innamorò di quel cantautore intellettuale e tormentato che aveva il doppio dei suoi anni.
Fu un amore che sfidò le convenzioni morali dell’epoca, una giovane stella del cinema che aspettava una figlia, Amanda Sandrelli, da un uomo sposato.
Da questo tormento, e da queste fughe tra un set cinematografico e l’altro, nacquero canzoni che sono pietre miliari. Da Sapore di sale alla memorabile Una lunga storia d’amore, sigillando un legame che, nonostante la separazione, ha mantenuto stima e un affetto profondo.
Dopo anni di tempeste, proiettili (il celebre tentativo di suicidio del 1963 che gli lasciò un proiettile nel pericardio, simbolo di un dolore troppo grande da gestire) e passioni pubbliche, Gino Paoli ha trovato la sua dimensione definitiva accanto a Paola Penzo.
Sposata nel 1991, Paola è la donna che ha saputo restare accanto al “Gatto” di Genova con discrezione e forza.
È stata lei a gestire l’uomo oltre l’artista, a dargli la stabilità necessaria per invecchiare con quella grazia burbera che lo contraddistingue. Con Paola, Paoli ha trovato il silenzio necessario per continuare a scrivere, lontano dai riflettori accecanti dei tabloid, dimostrando che dopo il fuoco dei grandi incendi, esiste il calore costante e vitale di un camino acceso.
Parlare dei grandi amori di Gino Paoli non è fare del voyeurismo, ma analizzare la genesi della sua arte. Ogni donna della sua vita ha lasciato una cicatrice o una melodia. Senza Ornella non avremmo l’eleganza del jazz italiano, senza Stefania non avremmo l’erotismo malinconico delle estati mediterranee, senza Paola non avremmo il Paoli filosofo, capace di guardare al passato senza rimpianti.
