“Lo strano caso di Marco Bellocchio”, mi verrebbe da scrivere. Più passano gli anni e più la sua macchina da presa ringiovanisce in modo brillante ed eclettico.
C’è qualcosa di profondamente sovversivo nel suo percorso artistico.
A ottantasei anni, un’età in cui molti suoi colleghi si limitano a gestire il proprio archivio o a ricevere premi alla carriera, il regista piacentino sta vivendo una giovinezza creativa senza precedenti. Non è solo una questione di longevità, ma di una metamorfosi formale che lo ha portato a diventare, quasi paradossalmente, la figura più innovativa e “garante” della nuova serialità televisiva italiana.
Con “Portobello”, la serie che ripercorre il celebre e tragico caso giudiziario di Enzo Tortora, Bellocchio si conferma l’unico autore capace di smantellare i confini tra cinema e televisione, trasformando il piccolo schermo in un immenso palcoscenico per l’inconscio collettivo del Paese.
La garanzia di Marco Bellocchio
Per decenni, Bellocchio è stato il “ribelle” del cinema italiano, colui che con I pugni in tasca (1965) aveva urlato il disagio di una generazione contro l’istituzione familiare.
Oggi, quella rabbia non si è spenta, ma si è raffinata, facendosi indagine storica e psicologica. La sua capacità di analizzare le piaghe dell’Italia, la Chiesa, la politica, la follia, il potere, ha trovato nella forma seriale uno spazio di espansione vitale.
Dopo lo straordinario successo di Esterno Notte, Bellocchio ha dimostrato che la serialità non deve necessariamente piegarsi alle regole del “binge-watching” compulsivo o dei cliffhanger artificiali.
La sua è una serialità d’autore che respira, che si concede il lusso del dettaglio e della deviazione onirica. Per l’industria italiana, il nome di Bellocchio è diventato sinonimo di prestigio internazionale e di una qualità che non teme il confronto di nessuna grande produzione.
“Portobello”, un piccolo gioiello senza precedenti
“Stiamo per mettere in piedi un processo che passerà alla storia”, queste le parole del magistrato Cedrangolo, interpretato da un abilissimo Gigi Savoia; una battuta che potrebbe essere cucita addosso perfettamente a Marco Bellocchio. In effetti con il prodotto “Portobello”, il regista ha davvero messo in piedi un risultato, che passerà alla storia, senza precedenti.
Con questo piccolo gioiello, affronta una delle ferite più sanguinose della storia giudiziaria italiana. Il caso di Enzo Tortora, il presentatore più amato d’Italia accusato ingiustamente di associazione camorristica e spaccio di droga, è il materiale perfetto per il suo cinema.
Perché Tortora non rappresenta solo un errore giudiziario, rappresenta il collasso di un sistema, la gogna mediatica e la fragilità dell’uomo di fronte al mostro kafkiano della giustizia.
Il cinema che non invecchia mai
È affascinante notare come Bellocchio, a quasi novantanni, possieda una freschezza e una vitalità estetica incredibile.
Mentre la serialità contemporanea tende spesso a standardizzarsi su toni cupi e ritmi serrati, Bellocchio introduce elementi di surrealismo e psicanalisi. Non ha paura di azzardare, di giocare con il tempo o di soffermarsi sui volti degli attori fino a estrarne una verità quasi fastidiosa.
La sua età non è un limite, ma una lente d’ingrandimento. Gli permette di guardare ai fatti del passato con una distanza critica che non è mai freddezza, ma profonda comprensione delle dinamiche umane.
In Portobello, questa maturità si traduce probabilmente in una riflessione spietata sull’Italia degli anni ’80, un decennio di plastica e sangue che il regista sembra voler decostruire pezzo dopo pezzo.
Il fatto che un maestro del suo calibro scelga ripetutamente la serie TV non è un ripiego, ma una dichiarazione di volontà consapevole.
Bellocchio ha capito che per raccontare la complessità di una nazione come l’Italia, le due ore di un film canonico non bastano più. C’è bisogno di tempo per esplorare i personaggi secondari, per perdersi nei corridoi del potere, per costruire quell’atmosfera di oppressione e liberazione che caratterizza ogni sua opera.
La serie su Tortora è il compimento di questo percorso.
Se Esterno Notte era il dramma del potere politico, Portobello figura precisamente quello del potere giudiziario e mediatico. Bellocchio si pone come garante di un racconto che non accetta compromessi, che non cerca di compiacere il pubblico, ma di scuoterlo.
Il pubblico ha bisogno di Marco Bellocchio
In un panorama audiovisivo italiano spesso diviso tra commedie di facile consumo e polizieschi di genere, Marco Bellocchio rappresenta l’anomalia necessaria.
È l’intellettuale che usa la macchina da presa come un bisturi. La sua partecipazione alla serialità alza l’asticella per tutti, produttori, sceneggiatori e attori.
Una sua nuova serie TV, rappresenta quasi un evento culturale.
Sapere che a capo della serialità italiana c’è un uomo di 86 anni che ha ancora voglia di rischiare, di sperimentare di mettere in discussione le certezze del pubblico è la più grande speranza per il nostro cinema (e la nostra televisione). Bellocchio ci insegna che non si è mai troppo vecchi per essere d’avanguardia e che la memoria, se maneggiata con la cura dell’artista, può diventare lo specchio più nitido in cui osservare il nostro presente.
In conclusione, la “garanzia” Bellocchio risiede nella sua coerenza. Da I pugni in tasca a Portobello, il filo conduttore rimane lo stesso, sperimentare senza confine di tempo.
foto copertina di Anna Camerlingo
