«Manca la voce della compassione, della ragione, e di certo non viene dagli Stati Uniti» dichiara Abel Ferrara durante la conferenza stampa del Social World Film Festival nella sala Spadolini del Ministero della Cultura mentre gli viene conferito il premio come “Film sociale dell’anno” per l’opera “Turn in the Wound” girata in Ucraina durante questi anni di conflitto.
«La guerra in Ucraina potrebbe finire con un olocausto, un olocausto nucleare. Stiamo vivendo in un periodo pericoloso. La terza guerra mondiale è già iniziata che vogliamo ammettere o meno. È la storia che si ripete. Le persone ricadono negli stessi errori, che si tratti di Hitler, o Stalin, Churchill, Trump o Putin o di tutte queste persone che generano conflitto”; ed aggiunge: “Non possiamo andare avanti così. Ogni giorno, a Gaza, in Africa, in Ucraina, la gente muore. Persino a Los Angeles, ieri sera, si stavano prendendo a botte, capite? E viviamo tutti nello stesso mondo, perciò quello che sta accadendo in questi posti sta accadendo anche qui a Roma. La seconda guerra mondiale ne è un esempio. L’Italia era in prima linea. E non vogliamo rivivere questo incubo. Non voglio che mia figlia debba rivivere quegli orrori».
Poi, in merito al film, il regista di New York approfondisce e racconta al pubblico la genesi dell’opera dedicata alla guerra in Ucraina, e cosa l’abbia spinto a realizzarla: «Stavo girando il documentario su Patti Smith che, insieme al Soundwalk Collective, canta versi di Artaud, Daumal e Rimbaud. Ad un certo punto ho sentito di dover andare in Ucraina, dovevo essere lì in quanto filmmaker. I due lavori quindi sono iniziati in maniera diversa ma hanno iniziato a parlarsi, non so dire esattamente perché, ho seguito il mio istinto”.
Il cammino cinematografico verso “Turn in the Wound”
Dopo l’invasione russa nei territori ucraini del 2022, Abel Ferrara raduna la sua troupe per recarsi nelle zone attorno al fronte e intervistare soldati e persone comuni che hanno raccontano il loro confronto con le forze russe. A questi elementi, il regista aggiunge elementi di girato realizzati in compagnia di Patti Smith, tra l’Italia e la Francia.
Oltre all’intervista al presidente Zelensky, nel film vi è una direzione registica istintiva, che in molti frangenti cambia spesso direzione, volutamente confonde, e mostra i lati più ruvidi e crudi della realtà della guerra.
La decisione artistica che ha unito due verità così diverse, come la macchina da presa di Ferrara con le doti di Patti Smith, permette all’arte di esprimersi in modo totalizzante e come mezzo supremo di decodifica nei confronti del reale.
Abel Ferrara: la carriera
Cresciuto nel quartiere del Bronx a New York, Ferrara passa la maggior parte del tempo con il nonno, un immigrato napoletano. Si appassiona al mondo del cinema da adolescente quando, nei corridoi del liceo, conosce Nicholas St. John che diventerà un suo grande amico, nonché il suo più fidato sceneggiatore.
Insieme girano cortometraggi in Super8 e in 16mm, la maggior parte incentrati sul dissenso nei confronti della guerra in Vietnam (Hold-up e Could This Be Love). Con Nine Lives of a Wet Pussy(1977), un hard-core firmato con lo pseudonimo Jimmy Boy L., danno il via ad una serie di lavori a basso costo che dicono la loro sul sesso, la politica e l’horror casalingo, fomentando mistero e curiosità dei loro amici.
Ispirandosi al genere d’exploitation, Ferrara gira il suo primo vero film dal titolo The Driller Killer, un horror che racconta la storia di un pittore impazzito che, munito di trapano a pile, va in giro ad uccidere barboni in strada e tutti quelli che ostacolano la sua vena artistica.
L’opera riesce ad avere una piccola distribuzione che, grazie al passaparola degli appassionati del genere, riscontra l’entusiasmo del pubblico più giovane.
Il film successivo, L’ Angelo della vendetta (1981) smorza i toni estremamente violenti dei lavori precedenti per una regia più sobria, mezzo per raccontare la sete di vendetta di una sordomuta che, dopo aver subito uno stupro, spara a tutti gli uomini che incontra.
Sicuramente Abel Ferrara risulta uno dei registi più controversi dello scenario americano, che ha fatto della violenza urbana, della sessuofobia e del rapporto tra colpa e innocenza i cardini della propria poetica.
Abel Ferrara sarà ospite a Vico Equense il 24 giugno dove incontrerà i giovani del Social World Film Festival per una masterclass e per introdurre la proiezione di “Turn in the Wound”, presentato alla Berlinale e ancora non uscita in sala in Italia.
