Un titolo da “suspense” e un esordio dallo stile internazionale, che lascia il segno! La regista Anna Antonelli si racconta, rispondendo ad alcune nostre domande, in occasione del suo primo lungometraggio intitolato “Spyne”, uscito nelle sale italiane il 21 maggio.
Un thriller ispirato a una storia vera che unisce la suspense al tema della salute fisica e della disabilità. La regista e fotografa pordenonese ha ricevuto il prestigioso Golden Spike Award all’Italian Pavilion di Cannes 79, premio assegnatole dall’Osservatorio del Social World Film Festival per l’impegno sociale dell’opera.
Il film, prodotto da Creations Factory, distribuito internazionalmente da Blue Eyes Film e girato in Liguria con il supporto dell’unità spinale di Pietra Ligure, vede come protagonista Stefano Cassetti nei panni di Pierre, un’ex spia corsa tetraplegica minacciata dal passato. La sceneggiatura è a cura di Paolo Fittipaldi.

Come sei venuta a conoscenza della storia vera che ha ispirato Spyne?
È stata un po’ una situazione alla “Sliding Doors”. Se in quel momento, in quel giorno fossi stata occupata, tutto questo non sarebbe mai accaduto. È successo che un mio cliente mi ha chiamata e mi ha detto che un suo amico avrebbe avuto bisogno di un servizio fotografico e video per un evento, e gli ha parlato di te.
Beh a quel punto, mi sono liberata per fare questo lavoro, e la persona in questione era proprio Pierre, era questo vero agente segreto e l’ho conosciuto così. Mi ha visto lavorare, poi gli detto di aver fatto anche un cortometraggio, che gli è piaciuto; a quel punto mi ha detto: “Tu potresti essere la persona giusta per raccontare la mia storia”.
Se ci pensi, se in quel giorno fossi stata occupata e non fossi andata a fare le foto al video, magari non avrei fatto Spyne.
Ti va di raccontarci la sfida emotiva che hai affrontato, nel portare sullo schermo una vicenda così complessa, delicata?
La mia sfida emotiva parte dal fatto che, una volta vinto il bando della Liguria Film Commission per produzioni cinematografiche, grazie anche alla sceneggiatura scritta da Paolo Fittipaldi, è stato bravissimo, io volevo fare qualcosa di grande, vista l’opportunità, e quindi, diciamo che la mia primissima sfida era, che dentro di me, non volevo deludere nessuno, volevo fare più di quello che le persone che hanno creduto in me, si aspettassero.
Volevo renderle felici. Volevo fare qualcosa che funzionasse, che mi piacesse, perché comunque io sono difficile di gusti in fatto di film, e che possibilmente potesse restituire la fiducia che mi è stata data. Sentivo il peso di voler fare al meglio perché mi sentivo la responsabilità di tutto; non sono solo regista, ma anche casa di produzione di questo film, quindi che andasse bene o male, era tutto merito o responsabilità mia.
L’altra sfida grossa è stata far star dentro la sceneggiatura in soli 24 giorni. Insieme allo sceneggiatore abbiamo dovuto sistemare le scene, tagliarle, riadattarle, raccordarle, tutto in corsa, durante le riprese. E come prima esperienza, in un lungometraggio, non è stato facile.

Cosa ti ha spinto, insieme agli sceneggiatori, di ambientare il thriller in Liguria?
La Liguria, oltre alla vittoria del bando proprio in questa regione, a me è sempre piaciuta come località, ha dei paesaggi bellissimi, e proprio a Pietra Ligure c’è l’Unità Spinale. In più, lo sceneggiatore Paolo Fittipaldi, che è l’unico sceneggiatore del film, è ligure.
Qual è l’elemento del protagonista che hai voluto far emergere? Cosa volevi che arrivasse di lui, al pubblico?
Sicuramente che nonostante la sua difficoltà è una persona che non si è mai arresa soprattutto mentalmente, è stato sempre molto lucido e molto forte; anche il vero Pierre è così, tra l’altro.
È una persona che pensa, che ragiona, che cerca di trovare soluzioni che possano preservarlo. Insomma, è uno che ha negoziato con persone non molto facili, quindi, sicuramente la sua freddezza mentale. È una persona che riesce a manipolare, in qualche modo, le situazioni, per mettersi al sicuro.
Dopo i riconoscimenti a Cannes per il tuo lungometraggio, in futuro pensi che il thriller possa essere una conferma, o ti piacerebbe lavorare anche su altri generi?
Allora, mi hanno proposto una regia, un bel progetto di un genere diverso dal thriller. Sarebbe di un genere che affronto volentieri, una bella occasione. Ma per mia scelta, io continuerei sul mio genere, perché secondo me è importante comunque mantenere un proprio stile di racconto, e poi io amo il thriller da quando ero piccola. Soprattutto a me piacciono moltissimo i thriller degli anni 90, quelli dove c’era meno action, ma avevano un pathos pazzesco, un ritmo che ti teneva lì!
Com’è essere regista donna in Italia? E come può influenzare l’occhio femminile dietro la macchina da presa?
Non credo molto che ci sia differenza, cioè per me è la testa che conta. Penso che un lavoro si possa fare bene, al di là se sei maschio o femmina. Semplicemente, la differenza sta tra una persona e l’altra, e l’esperienza che hai avuto nella vita.
Per quanto riguarda l’essere regista donna in Italia, beh sicuramente sono felice che nel settore si stia aprendo di più la possibilità alle donne di fare regia, ma soprattutto che le donne di per sé stiano capendo che non devono farsi più problemi, sono limiti che ormai non esistono. È vero che è un po’ difficile insediarsi in un mondo dove il potere è un po’ più maschile, ma secondo me ora le cose stanno cambiando. E rimarcare la differenza tra i due generi significa accentuare il fatto che siamo una minoranza.
Che esperienza è stata l’aver girato il tuo primo lungometraggio?
È stato un percorso che volevo fare, ma molto denso, di tante cose, un po’ tipo scalare una montagna però quando arrivi alla cima ti dà moltissima soddisfazione. È sembrato di passare attraverso uno tsunami, perché, appunto, non ho fatto solo la regia che è la parte artistica, ma anche la produzione, e fare le due cose è stato davvero tanto. Ma ero felicissima ovviamente all’idea di avere questa opportunità. Non mi sono fatta troppe “paranoie”, mi sono buttata e basta! È stato sicuramente super intenso.
Cosa hai provato nel vedere per la prima volta il tuo film finito?
In realtà la prima volta che l’ho visto era una messa in fila di due ore e mezza, da lì l’abbiamo accorciato, riaccorciato, sistemato; quindi, di fatto, la prima volta che l’ho visto, dovevo stare concentrata per segnarmi tutte le cose che non andavano. La prima volta che me lo sono goduta veramente è stata a Pordenone, era la quinta volta, al cinema. Finalmente!
