C’è una Roma che vive nei racconti più intimi, quella fatta di case piene di voci, di cani che ti seguono ovunque, di silenzi che formano un carattere. È da lì che parte la storia di Adriano Giannini, protagonista della nuova puntata di “Stories”, il ciclo di interviste ai grandi dello spettacolo di Sky TG24, ospite del vicedirettore Omar Schillaci. Un racconto che ha il sapore delle cose vere, di quelle biografie che non cercano l’effetto speciale, perché ce l’hanno già nella vita vissuta.
Le origini: un bambino solitario, un figlio d’arte senza clamore
“Mio padre c’era poco… i miei si sono separati quando avevo 2-3 anni. Erano gli anni ’70, lui era al culmine del successo e lavorava sempre”, ricorda Giannini. Accanto, una madre che aveva lasciato la recitazione per dedicarsi al doppiaggio. In mezzo, un bambino “solitario e taciturno, come oggi del resto”, pigro fino alla comicità involontaria: “Gattonavo così veloce che non mi andava di alzarmi in piedi. Il linguaggio? Arrivò tardi, si erano anche preoccupati”.
Le sue memorie d’infanzia sono fatte di animali – cani ovunque – e di un aneddoto diventato leggenda: “I giornali hanno scritto che una volta tirai un piatto di maccheroni a un giornalista, ed è vero… ma avevo 3 o 4 anni. Mi ero innervosito perché tutti mi toccavano e mi chiedevano sempre di mio padre. All’ennesima domanda lanciai un piatto di maccheroni al sugo”.
Un gesto che oggi fa sorridere, ma che racconta già un bisogno: proteggere la propria identità.
Prima dietro la macchina, poi oltre
Se c’è una cosa che Giannini non ha mai pianificato, è la carriera davanti alla macchina da presa. La sua storia parte da dietro: “Ho fatto l’operatore per 11 anni. Non avevo idea del mio futuro, non volevo perdere tempo. Avevo fretta”. Una fretta che lo porta sul set di un film della madre, dove per caso diventa operatore.
La miccia scatta davanti a un primo piano di Gérard Depardieu, sul set di Una pura formalità di Tornatore: “Ero così rapito dalla sua interpretazione che quasi dimenticai di mettere a fuoco”.
Da quel momento, non guarda più la macchina da presa dalla stessa prospettiva.
Sorrentino, Servillo e l’urto creativo
La consacrazione arriva con Paolo Sorrentino in Le conseguenze dell’amore: un ruolo delicato, di sottrazione. “Paolo non volle che provassi le scene con Toni Servillo. Lì ho capito il suo metodo, la sua visione”.
E con Servillo nasce un’intesa immediata: “È un attore di grande intelligenza”.
La voce come eredità: Joker e oltre
Il doppiaggio per lui è un mestiere da affrontare con rispetto. “Mio padre aveva doppiato Jack Nicholson, poi io ho doppiato Heath Ledger e Joaquin Phoenix. Joker è quasi una tradizione di famiglia”.
Eppure, non è stato semplice all’inizio: “I miei primi tentativi erano imbarazzanti. È una palestra durissima”.
In Treatment: 30 minuti fermi, un’eternità emotiva
“In Treatment” segna uno dei suoi lavori più intensi: “Non capita spesso di tenere una scena di 30 minuti sul divano senza tagli. Era cinema e teatro insieme”.
Le trasformazioni: ingrassare per Sollima, cambiare pelle per Supersex
Per Adagio di Sollima, Giannini si trasforma fisicamente: “In un mese presi 10 kg mangiando quanti più grassi e zuccheri possibili. Il mio metabolismo ne risentì. Oggi non lo rifarei”.
Sfida completamente diversa per Supersex: “Era un personaggio enorme, difficile. All’inizio quasi non volevo farlo. Quel dialetto abruzzese non aiutava. Ma i personaggi più complessi, se li capisci, poi diventano i più facili perché offrono tanti spunti”.
Dal 27 novembre al cinema con “Una breve storia d’amore”
Giannini torna ora sul grande schermo con “Una breve storia d’amore”, esordio alla regia di Ludovica Rampoldi, in arrivo nelle sale dal 27 novembre. Qui interpreta Rocco, un cinquantenne sposato e decisamente sui generis: “Viene presentato come giocatore di chessboxing, una disciplina in cui si alternano round di scacchi a round di pugilato, il che la dice già lunga sul mio personaggio”, scherza.
Il film intreccia la storia di due coppie, una più matura – Giannini con Valeria Golino – e una più giovane – Pilar Fogliati con il suo partner di scena. “È una storia un po’ commedia, un po’ thriller e un po’ romance, tre registri complessi da far combaciare. La sfida è stata questa: muoversi tra questi generi restando credibili per il pubblico”.
E il motore del film? Sempre lo stesso, universale: l’amore. “Ogni personaggio farà un percorso per metterlo in discussione, e questo porta inevitabilmente a una grande evoluzione del concetto di coppia”.
Il poeta dei girasoli
Durante la pandemia, Giannini ha liberato un’altra voce: quella dello scrittore di fiabe. Una storia nata osservando un campo di girasoli: “Ho immaginato cosa accadrebbe se una tempesta mettesse due girasoli uno di fronte all’altro. E se si innamorassero? Se provassero a sfidare le leggi naturali pur di rivedersi?”.
Una metafora perfetta della sua arte: cercare l’impossibile, attraversarlo, trasformarlo.
Adriano Giannini oggi è questo: un uomo che non ha paura di cambiare prospettiva, un artista che ha imparato a guardare oltre. E a farci guardare con lui.
