Un Edoardo Leo emozionato, vulnerabile, che si rende al pubblico privo di filtri emotivi, e nel pieno della sua spontaneità. È così che l’attore si è presentato a Vico Equense, dove ha introdotto la proiezione speciale di FolleMente diretto da Paolo Genovese, all’interno del prestigiosissimo Social World Film Festival.
L’attore romano, con nostalgia e genuinità, ha condiviso insieme al pubblico la dedizione per il suo lavoro, sottolineandone soprattutto i lati più complessi e tortuosi: “Durante i primi anni di carriera, ci sono stati dei momenti in cui molte cose non andavano bene, non funzionavano, lavoravo saltuariamente e c’è stato un istante in cui ho pensato seriamente di voler mollare. Poi, invece, è accaduto questo grandioso miracolo, ripenso a tutti i film che ho fatto, a quante storie, a quanta vita. Ora mi godo il successo del momento”, continua: “Fare l’attore non è solo stare qua e fare l’intervista, o fare i red carpet. Ma significa anche farsi settecento chilometri in macchina per raggiungere un piccolo teatro in provincia. In questo lavoro tu sei solo, e ti devi chiedere per chi lo vuole fare, e se sei disposto ad affrontare molte difficoltà che ne derivano. E’ facile farsi fare le foto, gli autografi. Io non ce l’avevo tutte queste luci prima, e so che potrò non averle più un domani, però il resto non me lo possono togliere, ovvero il fatto che io possa andare in un teatro più piccolo, o più grande, e fare il mestiere dell’attore non me lo possono togliere. Quindi continuerò ad ostinarmi a fare tanti chilometri per fare quello che è veramente l’essenza del mio lavoro”.
Leo prosegue volendo ringraziare coloro che lo hanno sempre sostenuto, in particolar modo negli anni di lunghissima gavetta: “Se non ho mai mollato è anche grazie a molte persone che mi hanno sostenuto, il primo buon maestro e grande sostenitore è stato mio padre che non sapendo niente di questo lavoro, di questo mestiere, mi ha sempre ricordato che non dovevo mai vendere l’anima al diavolo, ma dovevo sempre tenere la testa dritta su quello che veramente mi interessava fare; mi ha sempre detto, anche che se non sapeva niente di questo lavoro, di farlo onestamente e di non lasciarmi abbindolare da niente. Quindi il primo grazie lo devo a lui”.
Ritornando alla ricca carriera, che vanta ben 63 film, Giuseppe Alessio Nuzzo (Direttore artistico del Festival) chiede all’attore quale sia l’esperienza che gli abbia cambiato la vita. La risposta di Leo arriva fulminea: “Il mio esordio alla regia. Nel 2010 ho girato un piccolo film che si chiamava Diciotto Anni Dopo dove facevo sia il regista che l’attore. Un film che non ha visto quasi nessuno, ma che ha cominciato a girare per i Festival di tutto il mondo; in Italia è andato malissimo. Per un anno ho vissuto fuori dal Belpaese girando il mondo in tutti per i vari Festival, alla fine di questo anno fuori si sono accorti anche in Italia di questo prodotto e si è accesa una specie di luce sul mio lavoro dopo vent’anni che già lo facevo”.
Concludendo, i toni dell’intervista si fanno più formali, assumono la forma di appello toccante, appassionato, dove l’attore sente la necessità di esprimere il suo pensiero in merito allo stato attuale del cinema italiano, sul sostegno doveroso nei confronti della cultura, e all’importanza dell’impegno sociale da parte delle istituzioni: «Non dobbiamo farci convincere dallo Stato che i fondi servano solo a tre attori e due registi. Il cinema è fatto da centinaia di professionisti. È una cosa che non possiamo permetterci di perdere. Uno Stato che funziona deve sostenere il cinema, così come sostiene altri settori dell’imprenditoria di questo Paese. Ma non parlo solo di cinema. Parlo anche del teatro, della lirica, dell’opera. Sono pezzi della nostra cultura e della nostra umanità. Se li abbandoniamo perché ‘non producono profitto’, abbiamo completamente sbagliato missione. Non tutto deve generare denaro. Alcune cose devono generare benessere. Devono far star bene le persone. Quando una persona frequenta il cinema o il teatro, si arricchisce. E questa è una ricchezza che dobbiamo continuare a coltivare, insieme”.
A fine intervista, l’artista ha ricevuto l’importante premio alla carriera. Un riconoscimento che celebra i suoi trent’anni nel mondo dello spettacolo come attore, regista e sceneggiatore, culminati proprio con il recente successo nel film Follemente, di Genovese.
In suo onore, l’attore ha lasciato l’impronta della mano in argilla che sarà fusa in bronzo ed entrerà a far parte del Wall of Fame di Vico Equense, accanto a grandi nomi del cinema come Giancarlo Giannini, Claudia Cardinale, Franco Nero e Matteo Garrone.
