Savastano e Ciro Di Marzio si sono davvero “presi tutto quello che è loro!”, al Social World Festival.
L’edizione di quest’anno ha vissuto uno dei suoi momenti più alti e attesi grazie alla presenza di due giganti della serialità e del cinema italiano, Marco D’Amore e Fortunato Cerlino.
L’iconica coppia di Gomorra – La serie, che per anni ha tenuto incollati allo schermo milioni di spettatori, si è ricongiunta sul palco della kermesse.
Anche questa sera, a stimolare il dibattito e a guidare i due intensi faccia a faccia con il pubblico sono stati il Direttore del Festival, Giuseppe Alessio Nuzzo, e la presentatrice della serata, l’attrice Roberta Scardola, che hanno saputo sviscerare le carriere dei due artisti, muovendosi tra serialità televisiva, scelte d’autore e l’atteso debutto alla regia di Cerlino.
Il primo a rispondere alle domande è stato Marco D’Amore.
Interpellato dal Direttore Nuzzo, l’attore e regista ha affrontato temi cruciali legati alla sua poetica visiva e alle traiettorie dei suoi personaggi.
Un focus centrale è stato dedicato ai protagonisti dei suoi film, figure complesse che sembrano costantemente inseguire o invocare una possibilità di redenzione morale.
Alla domanda se la vicinanza a personaggi in cerca di redenzione sia una precisa scelta mirata nel suo percorso d’autore, D’Amore ha risposto: “Mi viene in mente un detto napoletano. Chi s’assomigl, s pigl! Nel senso che forse questo perdersi e cercare di redimersi mi fa assomigliare a questi personaggi. Forse il caos, il destino ci ha messo uno di fronte all’altro. Per quanto mi riguarda è molto più interessante, raccontare di umanità che non sono così centrate e definitive, e demandare sicuramente all’intelligenza degli spettatori, la possibilità di chiudere un cerchio”.
Successivamente, la conversazione si è spostata sul suo approccio verso la serialità televisiva, specialmente quella caratterizzata da archi narrativi estremamente lunghi e complessi, con un inevitabile riferimento ai nuovi progetti dell’universo espanso della saga, come Gomorra – Le origini, dove D’Amore ha spiegato la difficoltà e il fascino di questa sfida:
“Sono percorsi abbastanza differenti, ma proprio per la struttura che li contraddistingue. Poi Gomorra Le Origini, nello specifico, aveva un altro grado di difficoltà, raccoglieva l’eredità di una serie che stava lì, ferma. Che aveva raccolto un successo incredibile, la cui grammatica era diventata addirittura di uso comune. Non solo in Italia, ma anche all’estero. Ho dovuto restituire una nuova visione, che rispetto a quella di Gomorra fosse differente. Noi eravamo degli adulti che avevano completamente abdicato il sogno, che vivevano in un incubo perenne.
Mentre i protagonisti delle Origini sono intercettati dall’adolescenza che consente anche a chi vive in condizioni difficili di progettare ancora il futuro, di proiettarsi, di sognare”.
Il testimone è poi passato a Fortunato Cerlino, intervistato principalmente dalla presentatrice Roberta Scardola, introducendo il momento cinematografico successivo, la proiezione di “Avemmaria”, l’applaudito esordio alla regia dell’attore napoletano.
Rispondendo alle domande sul mestiere dell’attore, Cerlino ha dichiarato:
“Io intendo il mio lavoro come uno strumento, un servizio, e non c’è altro modo di farlo per ciò che mi riguarda. E se lo si fa per il successo, beh non è il percorso giusto perché quello se arriva va bene, fa molto comodo, ma è un effetto collaterale, però nei momenti in cui si cade devi ricordarti perché lo fai. E lì ti salva soltanto l’amore. Allora non diventa più una fatica, è una passione vera e propria”.
Roberta Scardola ha poi spostato l’attenzione su ciò che sta dietro al film Avemmaria, una delicata e intensa storia di formazione ambientata negli anni Ottanta nella periferia napoletana (a Pianura), incentrata su Felice, un bambino di dieci anni che coltiva il sogno.
Un racconto intimo che esplora il bisogno di speranza e di emanciparsi da un contesto segnato da povertà e violenza, una vera e propria “altra faccia” rispetto alle narrazioni criminali.
Cerlino ha iniziato a parlare del suo esordio riferendosi al titolo, al significato da trarre durante la visione, al desiderio di salvezza negli adulti, e di quanto i bambini siano, in realtà, fonte di maturità, attraverso la loro serietà e precisione anche nel semplice gioco:
“Dopo la visione, lo spettatore si deve portare a casa l’idea di poter salvare anche da adulti. Io osservo molto l’infanzia, la guardo, e mi rendo conto di quanto gli stessi adulti possano essere infantili, mentre i bambini sono molto seri, soprattutto quando giocano e ridono. Perché solo una persona seria, può ridere. Noi adulti sorridiamo, ma è solo una maschera. Con questo film, lascio agli spettatori l’idea di fare un viaggio per poter salvare il loro bambino interiore”.
La conversazione prosegue facendosi più intimista, e assumendo toni filosofici a tratti liturgici, quando l’attore napoletano si lascia prendere da un momento estremamente riservato, introducendo, durante il discorso, la figura di Cristo e la sua esistenza:
“Ho riscoperto la figura del Cristo attraverso il percorso orientale. In generale non mi sono mai soffermato in una religione in particolare. Ho sempre trovato riduttivo trovare una casa a Dio. Non penso che ci sia uno spazio così enorme dove poterlo contenere. Lo si può trovare in uno sguardo, a volte in una carezza che diamo ad un nostro figlio. Io lo trovo con il mio lavoro. E con il mio mestiere è l’unico modo con cui so pregarlo. Non ne conosco altri”.
Insomma, quello della terza serata del Social World Film festival, è stato un doppio incontro, che ha regalato al pubblico non solo due grandissimi interpreti, ma due profondi pensatori del cinema contemporaneo.
