Il nome è importante, è la prima cosa che la gente ricorda. Ce lo si porta dietro per tutta la vita, soprattutto se vai a Sanremo, no? Non è solo marketing. Per alcuni, il nome, e promemoria di una nuova rinascita.
Il peso del destino: Aka 7even, LDA e Tredici Pietro
I primi due giovani artisti calcano insieme il palco con Poesie clandestine. LDA, il nome d’arte del rapper (figlio di Gigi D’Alessio) non è altro che l’acronimo delle iniziali del suo nome e cognome: Luca D’Alessio. Aka7even (Luca Marzano), ha scelto il suo pseudonimo ispirandosi a un periodo complesso della sua infanzia. A 7 anni ha subito un’encefalite che lo ha tenuto in coma per una settimana. «Aka» significa «also known as» (anche conosciuto come), mentre «7even» rappresenta il numero simbolico della sua vita, legato al coma di 7 giorni e alle 7 vite dei gatti.
Mentre Tredici Pietro (Pietro Morandi), Figlio d’arte (il padre è Gianni Morandi), ha scelto un nome che sembra volerlo “ancorare” a una dimensione collettiva. “Tredici” era il numero dei ragazzi che componevano la sua compagnia originale a Bologna. È un modo per dire che, nonostante il cognome ingombrante, lui resta uno dei tanti, un pezzo di un gruppo.
Suggestioni cinefile e non solo: Levante, Luchè e Nayt
Levante (Claudia Lagona), ha scelto il suo nome ispirandosi alla protagonista del film Il Ciclone di Leonardo Pieraccioni. William Mezzanotte, in arte NAYT, ha optato per un nome che gioca con l’oscurità.
Deriva dalla parola inglese Night (notte), modificata graficamente per renderla unica e per richiamare lo slang inglese. Rappresenta la fase della giornata in cui la creatività si accende e i pensieri più introspettivi prendono forma.
Mentre Luchè, è semplicemente lo pseudonimo di Luca Imprudente; tra i nomi culto della scena rap. L’artista napoletano sceglie di cantare in italiano al suo debutto all’Ariston, portando il brano Labirinto.
Ditonellapiaga e Fulminacci
C’è chi usa il nome invece per creare un’immagine visiva forte o ironica.
Margherita Carducci è Ditonellapiaga.
Un nome che è tutto un programma. Nasce dalle suggestioni dei social, era il suo nickname su Instagram. E Filippo Uttinacci), che si fa chiamare Fulminacci, giocando con il proprio cognome, unendolo al suo nome di battesimo e richiamando per assonanza un’esclamazione tipica dei fumetti anni ’60, che funge da sinonimo di “accidenti” o “santi numi”.
Patty Pravo e Maria Antonietta&Colombre
Non si può non citare la regina. Patty Pravo (Nicoletta Strambelli). Un nome che profuma di storia. “Patty” era un nome molto in voga negli anni ’60, ma il cognome “Pravo” ha radici dantesche: deriva dall’Inferno di Dante (“Guai a voi, anime prave!”), dove “pravo” significa malvagio, depravato. Una scelta rivoluzionaria per l’epoca, che dichiarava subito la sua natura di donna libera e controcorrente.
Da menzionare anche la coppia formata da Maria Antonietta (Letizia Cesarini) e Colombre (Giovanni Imparato) sulle note de La felicità e basta. Giovanni ha scelto lo pseudonimo dopo aver letto il racconto di Buzzati; il colombre è il leggendario mostro marino del titolo che porta un dono prezioso, una perla.
Infine l’originalità urban, Sayf, Samurai Jay e Chiello
A Sanremo con Tu mi piaci tanto, il nome d’arte riprende il suo secondo nome, Sayf, di origine araba e legato alla cultura tunisina della madre; è diventato il simbolo della sua identità mista italo maghrebina. Invece il rapper napoletano Gennaro Amatore, che ha debuttato a Sanremo con “Ossessione”, sceglie lo pseudonimo Samurai Jay. Ha scelto questo appellativo a causa di un soprannome datogli da un amico per via del suo look, che ricordava, per l’appunto, quelle di un samurai.
E per finire Chiello (Rocco Modello), rapper originario di Potenza, ha in passato adottato diversi pseudonimi, tra cui Phago e Pistacchiello. Il nome Chiello deriva probabilmente da una forma alterata di uno dei suoi vecchi nomi o del suo cognome.
Perché questa ossessione per i nomi d’arte?
A Sanremo 2026, l’uso massiccio di pseudonimi risponde a un’esigenza precisa: la creazione di un brand. In un mercato saturo, chiamarsi con il proprio nome e cognome (a meno di non essere un “monumento” come Francesco Renga o Marco Masini) può risultare anonimo. Il nome d’arte permette all’artista di separare la vita privata dalla “performance”, diventando un personaggio che può permettersi di essere più eccentrico, fragile o aggressivo rispetto a quanto farebbe nella vita di tutti i giorni.
In fondo, come dimostra Patty Pravo da decenni e come confermano i giovani come Nayt o Chiello, il nome d’arte è la prima nota della canzone, quella che ti dice, ancora prima di iniziare a cantare, chi hai davanti.
