«Mentre per il mondo può essere un momento di grande felicità, per una persona può essere il momento della caduta nel baratro. Questa è la vita».
È con queste parole, pronunciate durante la conferenza stampa di presentazione di L’estranea alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che Paolo Strippoli sintetizza il centro pulsante della sua visione artistica.
Da questa riflessione lucida e naturale si radica l’intera estetica del regista pugliese, un cinema horror introspettivo, visionario, futurista, in cui l’orrore si consuma attraverso il buio nero dell’anima e non necessariamente dal rosso vivido del sangue.
Tornare al Lido in Concorso, per questa edizione del festival, rappresenta dunque una consacrazione definitiva di un autore capace di trasformare il dolore e la fragile condizione umana in materia cinematografica intensissima.
Strippoli si ripresenta al pubblico e alla critica internazionale non più come una promessa, ma come una certezza matura, strutturata, guidando un’opera ambiziosa sorretta da un cast brillante che vede protagonisti: Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi.
Un cinema horror introspettivo e visionario
È proprio nell’universo del cinema horror e della tensione psicologica che la straordinaria bravura di Strippoli esplode in tutta la sua vertiginosa chiarezza.
In un settore audiovisivo italiano che per troppi anni ha colpevolmente relegato il genere a prodotto marginale o d’evasione, dimenticando la gloriosa eredità dei maestri del passato, Strippoli ha saputo imporre una padronanza tecnica, e narrativa fuori dal comune.
La sua idea di orrore lavora sull’architettura della messa in scena, sulla composizione rigorosa degli spazi, sulla manipolazione sottile del tempo e sulla costruzione di personaggi torbidissimi che si insinuano lentamente sotto la pelle dello spettatore.
La paura, la tensione, nelle sue opere, nascono dall’incomunicabilità, dalle vulnerabilità umane, e dalla violenza latente che cova sorda sotto la superficie patinata della normalità familiare e borghese.
Chi è Paolo Strippoli
Nato a Corato, in provincia di Bari, nel 1993. Trasferito a Roma, si laurea al corso di laurea in Arti e scienze dello spettacolo presso l’Università La Sapienza, e successivamente si diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC), tra le scuole più prestigiose del settore.
Prima di muoversi da solo lavora come assistente alla regia collaborando a produzioni come La tenerezza di Gianni Amelio e Io sono tempesta di Daniele Luchetti.
Il debutto ufficiale alla regia del lungometraggio avviene nel 2021 con A Classic Horror Story, opera codiretta insieme a Roberto De Feo e distribuita globalmente su Netflix.
Il film si rivela una riuscita operazione cinematografica capace di dialogare con i grandi canoni del “horror” internazionale. Per la regia, i due autori vincono il premio al Taormina Film Fest.
La conferma della sua crescita individuale arriva subito dopo con Piove (2022), presentato alla Festa del Cinema, ed ambientato a Roma.
Ma è con La valle dei sorrisi (2025), presentato proprio alla Mostra di Venezia lo scorso anno, che Strippoli affina ulteriormente la sua poetica artistica. Un’opera suggestiva, tagliente, magnetica interpretata da Michele Riondino, ambientata in un isolato paese di montagna, Remis, dove un’apparente e innaturale felicità nasconde risvolti oscuri e sistematici.
La potenza cinematografica di Strippoli
Oggi, di fronte alla sua continua e incontenibile crescita autorale, in molti nel panorama critico e cinematografico italiano lo stanno inquadrando come il nuovo Dario Argento.
E per quanto sia indiscutibilmente straordinario e d’onore essere accostati a una figura sacra, a un maestro monumentale che ha fatto la storia dell’horror mondiale, noi preferiamo guardare al giovane regista pugliese rinunciando a paragoni, etichette e parallelismi ingombranti.
Ci basta la firma di Paolo Strippoli per comprendere che nel nostro paese qualcosa nel cinema è cambiato in modo estremamente positivo, radicale e profondo; e se questo sta accadendo, è proprio grazie alla declinazione estetica del suo sguardo e alla straordinaria potenza visionaria della sua macchina da presa.
