“Non credo che politica e arte debbano essere separate. Trovo strano pensare che siano in conflitto tra loro. Anche la più brillante dichiarazione politica, se non è espressa con sufficiente forza artistica, finisce per essere soltanto propaganda”, così ha inaugurato il Festival di Cannes 2026 il Presidente di giuria Park Chan-Wook, regista di Lady Vendetta (2005), Old Boy (2003), gran premio a Cannes, Decision to leave (2022), No Other Choice (2025).
Ha dato al suo discorso un tono politico etico e sociale, soprattutto contestualizzandolo in un’edizione inevitabilmente attraversata dalle tensioni internazionali, dalle guerre e dal dibattito sul ruolo culturale del cinema.
Il regista coreano ha poi proseguito il suo discorso rimarcando il ruolo dei festival come elemento di rivelazione e difesa artistica e culturale: “I festival offrono un’opportunità a film poco conosciuti, opere che senza manifestazioni come Cannes probabilmente non arriverebbero mai al pubblico. Forse decidere un primo o un secondo posto può sembrare un gesto privo di senso, ma proprio lì sta il valore di questo lavoro: nel poter dire a tutti, quasi implorandoli, di andare a vedere questi film”.
Ed incalza: “Allora i film coreani venivano presentati soltanto molto raramente. Oggi la Corea non è più ai margini dell’industria cinematografica mondiale”. Ma ha subito precisato, sorridendo, che questo non significherà favoritismi: “Non avrò alcun pregiudizio a favore delle opere coreane. Giudicherò tutti i film in modo equo e imparziale”.
Con la prima conferenza stampa pare sia emersa una distanza siderale dalle cautele del recente Festival di Berlino, segnato dai dissidi per le dichiarazioni di Wim Wenders, criticato poiché esortava i registi al disimpegno. Qui, invece, autori e giurati non intendono affatto ignorare la realtà che pulsa prepotentemente al di fuori del cinema.
Insomma, chi ben comincia è già a metà dell’opera!
