C’è chi attraversa il cinema, la televisione e il teatro come se fossero stanze diverse della stessa casa. E poi c’è Edoardo Leo, che in quelle stanze ci vive da oltre trent’anni, cambiando pelle, ruolo e prospettiva, ma senza mai perdere il gusto del racconto.
È lui il protagonista della nuova puntata di Stories, il ciclo di interviste di Sky TG24 dedicato ai grandi interpreti dello spettacolo. Davanti alle domande di Omar Schillaci, con la regia di Paolo Bonfadini, Leo si mette a nudo in “Edoardo Leo – Ti racconto una storia”, un viaggio intimo e lucido nella sua vita artistica e personale.
Attore, regista, autore, narratore instancabile: Edoardo Leo torna ora al cinema con 2 cuori e 2 capanne, commedia romantica in uscita il 22 gennaio che, sotto la superficie leggera, scava in profondità. È la storia di un preside di liceo e di una professoressa di italiano, due mondi opposti che si incontrano, si scontrano, si attraggono. Lui figlio di una cultura patriarcale, lei femminista convinta. In mezzo, una gravidanza inattesa che diventa detonatore di domande su educazione, etica, società e futuro. Leo lo racconta con precisione chirurgica: quando le idee diventano radicali, il conflitto è inevitabile. Ma è proprio lì che nasce la possibilità di spostare lo sguardo, di pensare non più a sé stessi, ma a chi verrà dopo.
Ed è forse questo il filo rosso che attraversa tutta la sua carriera: lo sguardo sulle nuove generazioni. Leo non ha dubbi e lo dice senza filtri: basta giudicare i ragazzi solo sulla base delle sensazioni. Servono dati, ascolto, fiducia. Serve accompagnarli verso possibilità che la sua generazione non ha saputo o potuto raggiungere. Un messaggio che suona quasi politico, ma che nasce da un profondo senso di responsabilità.
Responsabilità che affonda le radici nell’infanzia, in quel bambino “medio”, un po’ bugiardo, capace però di inventare mondi. Come quando, alle elementari, convinse la maestra che suo padre fosse un poliziotto, grazie a un disegno in divisa e pistola alla mano. Una bugia creativa, una storia inventata. Forse, senza saperlo, già un esercizio di mestiere.
Il racconto, del resto, è il suo habitat naturale. Da oltre undici anni porta in scena Ti racconto una storia, uno spettacolo teatrale mai uguale a sé stesso, un contenitore vivo che si nutre di attualità e la trasforma in narrazione universale. Roma è spesso al centro, con la sua comicità diretta e umana, ma il cuore resta sempre lo stesso: tenere allenata l’anima e la voce.
Non mancano, però, i momenti bui. Come durante le riprese di Mia di Ivano De Matteo, film durissimo sulla violenza sulle donne. Leo racconta di essere tornato a casa spesso devastato, proiettando sul volto della giovane protagonista quello di sua figlia. Un’esperienza che lo ha segnato, insegnandogli che non tutto è sotto controllo, ma che certi temi non possono essere rimossi, perché possono toccare chiunque, a qualsiasi età.
Poi c’è l’Edoardo Leo regista, arrivato dopo una lunga gavetta. Non sono quello che sono, ispirato all’Otello di Shakespeare, è il progetto che covava da sempre, troppo violento e ambizioso per essere realizzato all’inizio. Un esordio che lui stesso definisce “un punto di non ritorno”. E l’aneddoto che sembra una scena di un film: lui in casa, a dipingere le pareti delle camerette, il telefono che squilla, Massimiliano Bruno dall’altra parte che lo informa della candidatura ai David di Donatello. Vernice sulle mani, rullo in aria, gioia e incredulità. La vita, dice, è stata esattamente così: surreale e vera allo stesso tempo.
Tra i tanti lavori, Leo cita anche Follemente di Paolo Genovese, immaginando nella sua testa una convivenza improbabile ma esilarante con Marco Giallini e Rocco Papaleo. “Se li sommassi, sarei io”, scherza. Forse non è solo una battuta: è il ritratto di un attore che si riconosce negli altri, che costruisce sé stesso attraverso il confronto.
Alla fine, però, resta una confessione semplice e potente: Edoardo Leo dice di aver ricevuto “molte carezze” dalla vita. E proprio per questo sente il dovere di restituirle, moltiplicate per dieci. Come le sue storie. Come il suo modo di stare in scena e nel mondo. Perché raccontare, in fondo, è anche un atto d’amore.
